La disciplina degli scavi archeologici

In materia di scavi la Toscana mancava di un provvedimento specifico che disciplinasse l’attività di ricerca archeologica e la commercializzazione dei reperti. Nel Granducato una posizione di rilievo ebbero gli scavi di antichità etrusche: il Settecento vide un grande fermento di studi specifici e pubblicazioni sulla civiltà, sulla lingua e sull’arte etrusca e questo, se da un lato rinnovò l’interesse scientifico, dall’altro stimolò il commercio legale e clandestino di reperti e la diffusione di falsi. Si sentì l’esigenza di una regolamentazione e se già nel 1602 un bando proibiva l’estrazione di pietre dure nel territorio di Volterra, riservandone il controllo al Granduca, col Decreto del 18 luglio 1744, e successivo Motuproprio del 10 dicembre 1761, il Consiglio di Reggenza istituiva una “Deputazione volterrana” per la tutela degli oggetti etruschi che venivano scavati sul territorio fornendo, per la prima volta, delle norme specifiche. Si concedeva anche il permesso di esportare le opere, ma solo quelle non ritenute meritevoli di essere esposte nel museo civico, che esercitava pertanto un diritto di prelazione.

Il Bando del 10 ottobre 1762 (D), ispirandosi a una norma pontificia, stabiliva la necessità di una licenza per intraprendere scavi, l’obbligo di denuncia al Regio Fisco dei pezzi ritrovati anche in maniera fortuita, e il diritto ad un compenso sia per lo “scopritore” che per il proprietario del terreno. Il premio, pari ad un terzo degli oggetti trovati, nel caso ne fosse impossibile la divisione o fossero giudicati meritevoli di essere esposti nella Reale Galleria di Firenze, poteva consistere in una somma pari al terzo del loro valore. Lo scavo abusivo e la mancata denuncia del ritrovamento davano luogo solo alla perdita del diritto al compenso.

Il carattere conservativo e di tutela delle norme fin qui esposte viene completamente rovesciato da Pietro Leopoldo che, in armonia con le scelte illuministiche e liberali alla base di altre sue riforme, col Motuproprio del 5 agosto 1780 (D) liberalizza il commercio antiquario ed abolisce la necessità di richiedere una licenza per intraprendere uno scavo, riservando però allo stato il diritto di acquistarli, ma dietro pagamento integrale del valore.

Che comunque il granduca fosse attento alla salvaguardia dei reperti antichi lo dimostrava già nel 176 (D) il Bando in cui si vietava ai Ministri della Zecca, Orefici, Argentieri e a tutti i fonditori di fondere e distruggere medaglie, monete e altre simili anticaglie senza prima notificarlo al Tribunale del Fisco, e prevedeva per i contravventori pene severe.